Cronologia della crisi finanziaria, dal 2007 al 2011 (prima parte): #tiraccontolacrisi

27 Feb. 2007 – Washington: La Federal Home Loan Mortgage Corporation (Feddie Mac), società specializzata nel trattare i mutui casa, annuncia che non tratterà più i mutui “subprime” e i titoli correlati, il 6 Agosto dello stesso anno arriverà al crack finanziario.

1 Giu. 2007 – New York: Le agenzie di rating Standard & Poor’s e Moody’s Investor Services decidono di abbassare il rating su 100 emissioni di bond (obbligazioni) costruite “impacchettando” all’interno i mutui “subprime”.

11 Lug. 2007 – New York: Standard & Poor’s  piazza 612 classi di titoli costruiti attorno ai mutui subprime residenziali in una lista messa sotto attenzione “credit watch”. Negli anni successivi su questa e altre scelte cadranno molte polemiche perché l’agenzia di rating sarà accusata di aver in passato promosso questi titoli con valutazioni troppo positive. Costruite con così tante cartolarizzazioni complesse e intrecciate, tanto da rendere difficile rintracciarne la fonte ed i debiti ai quali sono realmente connessi.

24 Lug. 2007 – Washington: La Countrywide Financial Corporation, una banca molto attiva nel settore dei mutui casa (soprattutto nelle aree rurali degli Stati Uniti), annuncia di trovarsi economicamente “in condizioni drammatiche”. Prenderà in prestito (sic!) da linee di credito con altre banche 11,5 miliardi di dollari. Ad Agosto l’agenzia di Fitch abbasserà il rating della banca a BBB+. Il tracollo arriverà l’11 gennaio 2008 quando la Countrywide, sommersa dalle perdite verrà acquistata dalla Bank of America per la minima cifra di 4 miliardi di dollari.

10 Ago. 2007 – Washington: la FED (o Federal Reserve, la banca centrale USA) annuncia che visto il difficile momento, fornirà ulteriori riserve monetarie affinché lo scambio sul mercato dei titoli federali resti attorno al tasso del 5,25%. Una boccata di ossigeno per le banche ma che non basterà. Tanto che per la quarta volta in un anno, il 12 Dicembre 2007 la FED abbasserà il tasso al 4,25% ed entro un anno il tasso arriverà allo 0% dov’è fermo tutt’oggi.

5 Set. 2007 – in Italia: il Prodotto Interno Lordo (PiL) è previsto nel III trimestre in crescita dello 0,3%: cresciamo poco e meno di Germania e Francia (0,6%) e Gran Bretagna (0,8%). Contemporaneamente l’Ocse riduce le previsioni di crescita per l’area europea e per gli USA.

12 Set. 2007 – Washington: il Fondo Monetario Internazionale emette un comunicato in cui raccomanda «nessun allarmismo – secondo il FMI si tratta solo di – un modesto rallentamento per l’economia degli Stati Uniti», con conseguenze limitate per il resto del mondo(!).

14 Set. 2007 – Londra: si iniziano a sentire i primi effetti in Europa dove il cancelliere dello Scacchiere britannico autorizza la Bank of England a fornire liquidità alla Northern Rock. È l’inizio delle nazionalizzazioni delle banche private europee per evitarne il fallimento e il collasso del sistema. Intanto il 18 Settembre, i gestori dei Fondi di Edimburgo, maggiori azionisti della Northern Rock, annunciano una perdita a causa del crollo del titolo di più di 250 milioni di sterline.

20 Set. 2007 – Milano: mentre negli Stati Uniti la crisi dei mutui si aggrava (più del 30% delle famiglie non riesce più a pagarli), Il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana Corrado Faissola annuncia: «non ci sono pericoli per il sistema bancario italiano derivanti dalla crisi del credito Usa».

11 Ott. 2007 – Francoforte: la Banca Centrale Europea, sostiene nel bollettino mensile che l’economia reale a causa della crisi finanziaria potrebbe frenare oltre il previsto.

1 Nov. 2007 – Washington: la Federal Reserve avverte che il mercato finanziario subisce pressioni sempre più gravi, ma soprattutto che l’Interbank funding cioè il fondo di prestito interbancario, rischia una grave diminuzione di liquidità.

4 Nov. 2007 – New York: si dimette Chuck Prince, il CEO dal 2003 di Citigroup la prima d’America, questo in seguito alle violente polemiche che lo vedono responsabile della perdita in soli 6 mesi di 50 miliardi di dollari appena rimessi in capitale a causa della mala gestione dei titoli cartolarizzati male gestiti. Il governo americano impone per sostituirlo Robert Rubin ex ministro del Tesoro di Bill Clinton.

Finisce così il 2007…

Mario Melillo

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L’hashtag lo lancio io ma lo costruiremo tutti assieme: Per saperne tutti di più lanciamo #tiraccontolacrisi su Twitter

# ti racconto la crisi

La grande rivoluzione del Web2.0 è quella di consentire a chiunque di pubblicare e diffondere contenuti. Con l’avvento dei blog, dei social network e delle Wiki, ognuno di noi può aiutare gli altri a saperne di più. È per questo che dopo anni in cui i media tradizionali e le istituzioni ci hanno raccontato la crisi un po’ come volevano, è giusto che la gente che detiene davvero le conoscenze le metta in rete per informare tutti. Chi ha giocato finora con la crisi portandoci sul baratro l’ha fatto giocando sulla non conoscenza di tutti di certe verità, sull’utilizzo di linguaggi non comprensibili a tutti, e nascondendo le storie più dure delle persone.

Notizie, storie, conoscenze e informazioni messe in rete dalle persone per altre persone: questa sarà la nostra risposta. Facciamola assieme! Una grande raccolta di informazioni: che vada dai problemi di ognuno di noi davanti alla crisi, fino alle teorie economiche (semplicemente spiegate) e alle verità sulla politica, le banche e le imprese.

Sarà questa la nostra risposta contro i silenzi dei media sulle difficoltà delle persone, delle piccole imprese e delle famiglie.

Sarà questa la nostra risposta a chi gioca su un linguaggio non condiviso (come quello della finanza) per farci fare ciò che vogliono.

Mettiamo tutte le nostre conoscenze in Rete, piccole o grandi che siano, per sapere tutto tutti, di più e meglio! Facciamolo lanciando un hashtag condiviso su Twitter: #tiraccontolacrisi.

Conto sulla buona volontà di tutti NOI!

  • Segui gli aggiornamenti del blog anche su Twitter @futuroitaliano
  • Cerca periodicamente l’hashtag #tiraccontolacrisi per saperne di più e condividi attraverso di esso i contenuti che ritieni più interessanti
  • Coinvolgi altre persone e se riusciremo a raccogliere una gran mole di contenuti di qualità ne faremo una pubblicazione on-line gratuita citando ogni singolo autore di ogni singolo contributo.

Grazie a te, che hai letto questo post e che offrirai anche tu il tuo aiuto,

Mario Melillo

 

 

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Il modello idealtipico del blogger secondo lo State of the Blogosphere 2011 di Technorati

Chi sono i blogger? Quale ruolo avranno in futuro? In attesa che nei prossimi mesi (ott-nov.2012) appaia in rete la nuova survey “State of the Blogosphere 2012” di Technorati, vi ripropongo una sintesi dei risultati del 2011 utile per trovare qualche risposta e qualche elemento comparativo.

Innanzitutto va detto che la ricerca condotta da Technorati ha interessato 4.114 bloggers in 45 nazioni, con particolare riferimento alle pratiche più comuni ed alla loro relazione con i brand. Ecco allora cosa emerge riguardo al modello “idealtipico” di blogger:

In prima battuta va detto che secondo le statistiche tre quinti dei blogger sono uomini, anche se il numero decresce rispetto al 2010, pur rimanendo saldamente in testa.

L’età media oscilla tra i 25 ed i 44 anni.

Nel 61% dei casi la scelta di curare un blog è per puro hobby, il 13% scrive invece part-time per avere un compenso aggiuntivo, il 5% lo fa come lavoro principale, il restante 13% per promuovere la propria azienda o quella di cui è dipendente.

Strumenti di promozione principali sono Facebook e Twitter, al quale fa seguito con ampio distacco Linkedin.

Principalmente fanno riferimento ad altri blogger, fanno seguito come fonte gli amici e gli account seguiti sui social media. Questo vale anche quando parlano di brand (2/3 di loro) ed una parte significativa (1/3) recensisce regolarmente prodotti.

I blogger anche professionisti restano frustrati: il 60% di loro sente di non essere trattato alla pari dei giornalisti soprattutto dalle aziende che spesso ne sottostimano ancora il lavoro, senza curarsi di stabilire con essi una relazione duratura. Ciò nonostante molti di loro (in media il 40%) abbiano un passato di giornalismo all’interno di uno o più media tradizionali.

C’è da dire che il numero di onesti tra loro è molto alto (forse più che tra i giornalisti!), l’86% di loro infatti dichiara i casi di sponsored post ma… solo il 58% rivela di aver ricevuto uno o più prodotti per una recensione.

In fine per quanto riguarda la nazionalità il blogger è per lo più americano, circa la metà di essi, ai quali fa seguito un significativo cluster di europei pari a circa il 30%. Appena usciranno le statistiche del 2012 non tarderò a postarle per fare un confronto… chissà come si evolve la strana bestia che è la blogosfera?!

Mario Melillo

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Twitter, gli hashtag (#) e la rinascita politica

Durante una manifestazione di piazza, una ragazza è stata fotografata con un cartello e la scritta recitava “who’s afraid of Twitter?!”, ovviamente la foto ha fatto il giro della rete e non solo. Ma la domanda è tutt’altro che scontata o priva di senso: Twitter è categorizzato come social network tout court, ma è qualcosa di diverso e forse più complesso. Twitter non si regge solo sulla creazione di relazioni, soprattutto per una ragione: il suo essere naturalmente “fluttuante”. Il rapporto tra followed e followers nasce come una connessione unidirezionale, un link, una arco orientato che non prevede alcun obbligo di reciprocità tra gli utenti connessi. In secondo luogo, non esistono spazi in cui vengono collocati definitivamente i contenuti (gruppi o pagine come su Facebook per intenderci) in modo da essere facilmente rintracciabili. L’unico elemento che consente di aggregare i contenuti è l’uso dello stesso hashtag, un semplice cancelletto davanti ad una parola e quest’ultima diventa rilevante e condiviso.

Qual è l’effetto di questo tipo di piattaforma on-line? Essenzialmente le conseguenze sono tre: 1) chi ha già visibilità può facilmente raccogliere followers senza dover necessariamente sforzarsi di “ricambiare” o autopromuoversi; 2) qualsiasi strategia efficace di autopromozione è efficace solo se virale ma per lo più deve partire dall’esterno di Twitter (per un esempio clicca qui); 3) in fine chiunque lanci un contenuto con un hashtag che riscuote successo, non può controllarne gli effetti né essere sicuro che ne resterà il principale artefice.

Quindi non solo gli hashtag sono liberi ma non controllabili, hanno una vita propria, pertanto gli hashtag (e la stessa piattaforma di Twitter) sono utili non tanto per tessere relazioni, quanto per promuovere notizie e informazioni in modo “bidirezionale” dal web alla realtà e viceversa. Non a caso sono sempre più usati dalle imprese per promuovere eventi e prodotti in modo virale.  Ma come abbiamo visto, questa multiforme struttura che ha riscosso successo durante le cosiddette “rivoluzioni colorate”, è diventata sempre più uno strumento che da voce alle proteste anche nelle società più democratiche.

È importante capire le ragioni di questa diffusione: in primo luogo la capacità di rilancio che Twitter offre, anche per quanto riguarda i link esterni alla piattaforma, e che girano grazie al retweet anche fuori dalla propria cerchia di connessioni. Il secondo elemento determinante è che, al di la dell’impiego a scopi di spin politico o di marketing delle imprese, Twitter sta agevolando la nascita di movimenti dal basso che con grande facilità possono veicolare i propri contenuti senza i filtri dei media tradizionali.

Il problema è che finché la politica continuerà a guardare a Twitter come ad una semplice vetrina e cassa di risonanza per se stessa, non entrerà mai in contatto con quei movimenti che oggi dominano le piazze. Soprattutto i giovani infatti, spinti da frustrazioni e preoccupazioni per il proprio futuro, rischiano di legarsi sempre più e dare forza a movimenti che vedono nella ribellione e nell’opposizione la loro unica forza. I cosiddetti Anonymous o gli Indignados, non sono movimenti terroristici o estremistici tout court, la loro forza nasce dalla gente comune; che retwettando o linkando i loro contenuti si sentono parte della protesta. Il problema è esattamente questo: le casse di risonanza come Twitter con i loro 140 caratteri e gli hashtag, consentono a forze minoritarie urlanti di trovare una cassa di risonanza e una massa che faccia eco alle proprie istanze. È importante che anche la politica italiana, a maggior ragione ora che la crisi è lampante, inizi ad usare questi strumenti per rilanciare visioni che siano positive e costruttive. Che i politici si relazionino con gli utenti in un gioco nello stile “moneta-buona-scaccia-moneta-cattiva”, solo così è possibile ridurre le tensioni e recuperare credibilità rispetto ai movimenti di piazza.

Mario Melillo

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Italia: del perduto posto… fisso! La lettera di Luca Nicotra

E’ apparsa il 16 febbraio sul Corriere della Sera la lettera di Luca Nicotra, Dottore ricercatore, infomatico e Segretario di Agorà Digitale. Dopo un articolo con una impressionante foto a tre colonne sull’International Herald Tribune ecco che la stampa italiana si accorge di lui! Così Nicotra può finalmente chiedere anche lui, a nome di molti altri giovani preoccupati per il futuro, che anche alla politica faccia la sua parte… ecco il testo integrale della lettera aperta di Luca Nicotra sul Corsera:

Passera, Monti, date un «posto fisso» all’Innovazione e al talento

La richiesta di Luca Nicotra: «I giovani devono rassegnarsi alla flessibilità? Voi togliete i vincoli al rinnovamento. Subito»

Caro Presidente del Consiglio, cari ministri,
non c’è meritocrazia nel finire sulla prima pagina dell’International Herald Tribune per il fatto di non avere un posto fisso e di essere un «giovane» a 29 anni. Ma visto che mi viene data la possibilità di farvi arrivare un messaggio dalla generazione precaria di cui faccio parte, questo è «aiutateci a innovare la società». Non potevate non aspettarvi che a quel terzo di giovani disoccupati o inoccupati, di cui io stesso ho fatto parte, saltassero i nervi dopo le vostre dichiarazioni sulla monotonia del posto fisso. E sapete bene quanto la prospettiva di un periodo di recessione renderà ancora più difficile la situazione del mercato del lavoro e della mobilità sociale in Italia, già agli ultimi posti in Europa.

Occorre che diate un segnale forte. Subito. Con la stessa urgenza che avete dato a banche e mercati finanziari. Siamo noi, un’intera generazione, a rischiare il default.
Occorre: (1) accesso al credito. (2) Maggiore possibilità di studiare e mettere a frutto conoscenze e talenti. Oltre che (3) ammortizzatori sociali universali. Ma soprattutto (4) vanno create condizioni di libertà in quei settori dell’economia che più degli altri possono permettere di aprire ed innovare la società. Internet come «settore» conta in Inghilterra già per il 7% del Prodotto Interno Lordo. In Italia per il 2%. E per il totale disinteresse della politica a riguardo molte aziende rischiano di chiudere entro pochi anni.

Internet è forse lo strumento che storicamente ha consentito la maggiore e più rapida innovazione senza dover chiedere autorizzazione ai poteri forti, ai monopoli. Internet potrà essere uno strumento per rinnovare la politica e l’interazione tra istituzioni e cittadini. Dateci la possibilità di dare spazio alla nostra voglia di realizzarci. Ora. Niente promesse. Se l’International Herald Tribune ha pubblicato la mia storia assieme a quella dell’associazione di cui sono segretario è perchè vi ha visto un messaggio di speranza. Un messaggio che abbiamo cercato di rendere concreto nei giorni scorsi chiedendo a Parlamento e Governo di rimuovere subito, già col decreto sulle liberalizzazioni, gli ostacoli all’innovazione con proposte dirompenti ma puntuali che, tra le altre cose, consentirebbero ad aziende di usare i dati delle pubbliche amministrazioni per creare servizi innovativi, eliminare i monopoli che bloccano la circolazione di contenuti e dell’informazione penalizzando utenti, imprenditori innovativi e artisti o incentivare lo sviluppo di imprese locali di telecomunicazioni.

Sarebbero un segnale forte e di speranza per un’intera generazione: l’Italia e il suo Governo vogliono dare un «posto fisso» all’innovazione e al talento che non manca. Buon lavoro.

Luca Nicotra

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L’aspetto “social” del lavoro: i giovani e Linkedin

Il 15 Febbraio si è svolta a Roma, presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, la conferenza sul tema “L’aspetto social del lavoro”. Vari esponenti del mondo dell’università e delle imprese, hanno discusso del ruolo ricoperto oggi dai social network come Linkedin, nell’ambito del recruitment. I vantaggi principali emersi dal dibattito, riguardano l’abbattimento dei costi, e per converso, l’incremento dei canali e dei punti di contatto tra imprese e mercato del lavoro, agevolando così soprattutto i giovani.

Relatori dell’incontro sono stati il Professor Marco Stancati del dipartimento Co.Ris; Silvia Achilli, HR Specialist di Capgemini; e la brillante Els van de Water, Talent Acquisition Lead & HR Business Partner di Microsoft. Moderatrice dell’incontro è stata Cristina Maccarrone, direttrice del mensile free press “Walk on job”.

Si è rivisto in termini critici il presente e ampiamente ipotizzato sul futuro, nel quale il Prof. Stancati vede tre elementi chiave per la valorizzazione delle assunzioni soprattutto per i giovani: il primo è lo sviluppo di “Apps” dedicate specificatamente al recruitment, in secondo luogo lo sviluppo di un sistema di segnalazioni incrociate, come avviene nel mondo anglosassone; terzo e cruciale punto, l’obbligatorietà della retribuzione per quanto concerne lo stage. Tutto ciò in risposta al vecchio sistema degli assetment che pretendono in più giorni di verificare le capacità e competenze di un candidato, con enorme dispendio di risorse economiche, per poi veder calare l’attenzione delle imprese proprio durante gli stage che sono la vera “prova principe” sul campo.

Come ha sottolineato Els van de Water anche in Microsoft la comunicazione on-line ha assunto sempre più un ruolo chiave sia attraverso il corporate blog che mira a raccontare ciò che l’azienda può offrire (anche ad un aspirante dipendente), sia attraverso l’uso dei social network per la selezione dei candidati dove Linkedin resta il luogo principe di ricerca. Ma ha suggerito anche un utilizzo più consapevole della propria presenza on-line mettendola in evidenza anche nel proprio curriculum. «È preferibile un CV che metta in evidenza la nostra reperibilità on-line attraverso social network e blog – ha sottolineato la van de Water –  piuttosto che porre in cima le voci “celibe” o “nubile”; oltre a non porsi notevoli proble

mi riguardo alla propria vita privata su Facebook». Per le imprese, hanno sottolineato la Achilli e van de Water, non è primaria la ricerca su Facebook e poco peso viene dato alle informazioni sulla vita privata; è invece determinate l’uso di una buona indicizzazione (per parole chiave) dei propri contenuti su Linkedin e l’inserimento di link a propri lavori o contenuti che possano dare un quadro più ampio del candidato rispetto ad un gelido CV messo a disposizione on-line.

 

È pur vero che il tessuto delle imprese italiano è principalmente rappresentato dalle PMI che non sono dotate di un proprio settore dedicato alla selezione delle risorse umane e che quindi preferiscono ricorrere alle cosiddette “conoscenze” o alle risorse reperibili sul proprio ter

ritorio. Secondo le ultime ricerche di Excelsur infatti, più del 42% delle imprese italiane ancora oggi predilige assunzioni per conoscenza più o meno diretta del candidato, piuttosto che per il suo curriculum. Inoltre, da una ricerca condotta da Walk on Job, è emerso che solo il 35% circa delle imprese fa un uso dei social network per selezionare nuove risorse umane. È questo un punto dolente al pari della mancata comprensione delle dinamiche on-line da parte dei recruiter. Come ha ribadito Stancati, figure come il Social Media

Manager oppure il Social Media Strategist, hanno senso solo se sanno capire che l’immagine che s

i trasmette di se stessi su un social network non è rappresentativa in senso assoluto della persona. Bisogna guardare alle strategie che il soggetto attua per relazionarsi sulle piattaforme social e non attenersi strettamente ai contenuti che espone.

Si è anche parlato inoltre del portale SOUL, un vero fiore all’occhiello per La Sapienza, in quanto punta attraverso la collaborazione con altri sette atenei della regione Lazio alla diffusione mirata agli studenti di offerte selezionate di stage e proposte di impiego. Un portale che negli anni sta avendo un sempre maggiore successo nell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Mario Melillo

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La teoria sulla circolazione del credito e le crisi economiche

Nel corso dei miei studi universitari mi sono sempre più legato alla cosiddetta “scuola marginalista austriaca” ma solo di recente ho approfondito la conoscenza delle opere dell’economista austriaco Ludwig von Mises. Quello che sorprende è che lui forse più di chiunque altro ha sintetizzato efficacemente quelli che sono i nuclei teorici fondamentali dell’economia ancora oggi attualissimi. Non a caso nei giorni scorsi il sito del Mises Institute ha pubblicato un estratto di un saggio di von Mises sulla descrizione della cosiddetta “teoria sulla circolazione del credito”. È forse questo il tassello centrale dell’articolo e dell’ammonimento di Mises: non mancheranno le crisi economiche finché continuerà ad esserci l’espansione dell’immateriale, cioè di quell’opera di speculazione bancaria sul credito che nell’immediato sembra generare una crescita del sistema; ma che a lungo andare porta alla sempre più vistosa scollatura tra reale valore della produzione economica e speculazione (tanto monetaria quanto finanziaria). I cosa sia la crisi l’abbiamo imparato tutti, ma come ci si arrivi è ben altra cosa; ed è proprio questo che tenterò sinteticamente di spiegare.

Il ruolo dei tassi d’interesse

Un nodo cruciale nell’alternarsi dei periodi di crescita economica a quelli di crisi, è dato dalla riduzione dei tassi di credito sui prestiti (alle imprese prima, e in epoca recente sempre più spesso anche ai singoli cittadini) attraverso deliberate scelte di politica bancaria. In pratica l’espansione del credito viene dettata da mezzi fiduciari addizionali come una maggiore emissione di moneta e/o attraverso depositi che non sono coperti per intero, come avveniva ad esempio in passato da riserve auree.

In un mercato che non è disturbato da qualche politica bancaria di tipo inflazionistico, i tassi di interesse sono proporzionati alla disponibilità di credito che è in grado di coprire tutti i progetti e le imprese al suo interno. Un sistema all’opposto invece è quello che punta a sfruttare tassi di interesse più bassi rispetto a quelli “naturalmente” sviluppatisi sul mercato generando una bolla di crescita del mercato. Il collasso arriva presto poiché in un sistema così “drogato” dal maggior credito messo a disposizione dalle banche, faciliterà l’espansione e la sopravvivenza anche di quelle imprese non realmente redditizie le quali sopravviveranno proprio grazie alla vasta disponibilità di prestiti a bassi tassi d’interesse.

Proseguendo con l’espansione del credito…

È ovvio che l’espansione del credito non può sopperire alla creazione di beni reali. Anzi, i capitali vengono dispersi tra miriadi di imprese non tutte realmente produttive né realmente stabili sul mercato con l’ulteriore rischio di una dispersione delle risorse produttive. È solo il continuo accesso al credito a dare l’illusione di un’espansione del mercato e della ricchezza generata. Le banche non sono in grado di sostenere all’infinito questo meccanismo e tra l’altro diventano a loro volta vittime dell’incremento dei prezzi (inflazione). Gli investitori che fiutano per primi il rischio di un collasso, corrono a rifugiarsi nei beni e nelle risorse stabili come le materie prime, si stabilizzano uscendo dal ciclo di scambio del denaro e del sistema creditizio che crolla ancora più rapidamente.

In sintesi quindi, il ripresentarsi periodicamente delle crisi economiche è in realtà l’inevitabile conseguenza dei tentativi di ridurre il naturale tasso di interesse sul credito promosso dal mercato, premiando invece le politiche di natura bancaria.

M.M.

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