L’Intervista a Carlo Lucarelli

Era la fine di settembre del 2009 quando in un incontro alla Luiss, scambio due parole con Carlo Lucarelli. Praticamente lo “placco” all’uscita dell’aula magna e gli chiedo un’intervista: lui gentilissimo mi da i suo recapito telefonico, ci sentiamo, cerchiamo di organizzare un incontro ma il tempo a disposizione è poco. Così ci organizziamo per una intervista via internet. Domande su foglio word, invio, ritorno del file con le risposte. Pratico e veloce. L’idea era quella di pubblicare l’intervista sul primo numero della rivista “Letteralia” che intendevo creare in quel periodo all’università. Purtroppo la difficoltà di reperire fondi e tutt’altra natura di problemi lo hanno reso impossibile, lasciando che l’intervista scivolasse in un cassetto a futura memoria. Ma tanta disponibilità e cortesia, non possono rimanere senza ricompensa, per non parlare della qualità dei contenuti.
Pertanto pubblico qui, per la prima volta in assoluto, la mia intervista ad uno dei più celebri scrittori di noir italiani: Carlo Lucarelli.

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Oggi assistiamo ad un forte affermarsi del romanzo di genere, il noir in primis, a cosa pensa sia dovuta questa preferenza?
E’ da più di una decina d’anni che il noir italiano si è affermato come genere forte e importante per cui è difficile parlare di un “oggi” quanto di una evoluzione costante e consolidata: un genere “nuovo”, insomma, che ormai è diventato un “classico”. Le ragioni sono sempre le stesse, come la forza narrativa di un genere basato sul racconto, sull’effetto e sulla trama, la sua capacità di occuparsi della realtà e raccontare le trasformazioni della società, mettendone in scena i meccanismi. Soprattutto la sua capacità di raccontare le inquietudini e le paure della società, che da allora, da quando si è affermato, soprattutto in Italia, non sono né cambiate né diminuite.
Ma esistono altri generi letterari secondo lei oggi nel panorama italiano? e prima di questa trasformazione qual’erano le tipologie di letteratura in Italia e all’estero?
Non ho mai capito bene cosa significhi “genere” nella letteratura italiana contemporanea. Anche perché è un termine che ho visto applicare solo ad alcuni libri (il giallo, il noir, l’horror) e non per esempio al filone giovanilistico, a quello esistenziale o a quello intimista. Moccia, per esempio, è letteratura di genere? Lo sono io? Lo è Baricco? Adesso credo che ci sia una grande contaminazione tra i generi, per cui diventa difficile, per esempio, definire un autore come Ammaniti.
Ci sono a suo avviso delle regole base della scrittura che non possono essere ignorate a prescindere dal genere di narrazione al quale ci si intende avvicinare?
Esiste un grado zero della narrativa che è quello di sintetizzare i fatti di una storia mettendoli in fila in modo da suscitare emozioni. Dall’inizio alla fine, svelando la storia pagina per pagina. La grammatica dei generi accentua soltanto alcune sfumature, per esempio questo svelamento nel giallo è più trattenuto, insistendo sull’aspetto misterioso della storia. Niente di più.
Lei è uno scrittore noir, cosa non può mancare mai invece nella “cassetta degli attrezzi” di uno scrittore che appartiene a questo genere?
La competenza rispetto a quello di cui scrive. Noi non scriviamo quello che si vede in superficie, ma quello che sta negli angoli bui. Noi mettiamo in scena le contraddizioni. Ci vuole una conoscenza profonda di un ambiente, di un periodo storico o di un carattere perché questo non sia solo un contenitore in cui calare la storia ma l’oggetto stesso del racconto.
Si parla tanto delle regole per scrivere giallo, da S.S. Van Dine alla Highsmith tutti hanno stilato un loro decalogo, anche lei con la serie su Sky le chiavi del mistero ha contribuito ad alimentare un po’ questa scuola di pensiero, secondo lei quali sono i tocchi da maestro per realizzare un poliziesco con la P maiuscola?
E’ vero, tutti hanno scritto un decalogo del giallo perfetto e tutte le volte era in contrasto con quello precedente, col quale erano stati scritti comunque ottimi libri. Segno che i decaloghi non servono, se non a definire le esigenze del racconto rispetto al momento che sta attraversando. Più razionale il giallo di Van Dyne che viveva in un mondo ordinato, più inquieto quello di Chandler che viveva in tempi più bui. Le mie chiavi del giallo volevano soltanto essere una piccola guida tecnica –e molto ironica – a certi effetti tipici del genere.
Può descriverci a grandi linee qual è l’iter che si profila ad un autore dal manoscritto alla pubblicazione? Esiste in sintesi un “modus operandi” corretto per l’aspirante scrittore?
L’unico modus operandi è quello di scrivere la più bella storia che possa venire in mente nel miglior modo possibile. Niente di meno. Nonostante questo farla pubblicare è difficile. Il modo più lineare resta sempre quello di spedirla ad un editore –non a caso, selezionato per affinità col libro che si è scritto- magari indicando il nome di chi si occupa di quel settore della casa editrice. Armarsi di pazienza e insistere –chiamando o mandando mail – per ottenere una lettura. Se si conosce direttamente un editore o un autore che è in contatto con la casa editrice desiderata si può anche chiedere a lui.
Visto il vasto cursus honorum e l’arco di tempo coperto dalla sua esperienza di scrittore sicuramente potrà dirci se e come secondo lei è cambiata la scrittura e la qualità degli scrittori negli anni: cosa ne pensa dell’oggi? Come valuta la qualità e in generale la letteratura che oggi popola le librerie? come vede la letteratura italiana? Che livello qualitativo ha la letteratura italiana di oggi e che posizione occupa nello scenario internazionale?
A me la letteratura italiana di oggi piace molto. Trovo che gli autori italiani, anche grazie al fatto che dalla metà degli anni ’80 l’editoria si è aperta agli autori giovani e sconosciuti, scrivano belle cose nella più larga varietà di generi, “contaminati” e non. Ci sono un sacco di titoli inutili o brutti – anche nel noir, naturalmente – ma questo è normale. Semmai è l’editoria che ha perso la capacità di selezionare. Nello scenario internazionale occupiamo un posto piccolo ma importante. Nel senso che a parte qualche caso non vendiamo molte copie ma siamo quasi tutti tradotti in quasi tutti i paesi.
Senta ma se dovesse indicare degli autori di riferimento per i giovani che intendono cimentarsi nella scrittura quali si sente di indicare nel suo ambito di scrittura?
Ne cito sempre uno, perché è una specie di corso di scrittura pratica che vale per tutti. Giorgio Scerbanenco, “Il cinquecentodelitti”, racconti brevi che raramente hanno a che fare con i delitti ma che insegnano tutte le tecniche narrative. Poi, a seconda dei gusti, nel genere ci sono James Ellroy, Raymond Chandler, Simenon, Izzo …
lei spazia dal giornalismo alla saggistica, dalla sceneggiatura alla narrativa, dal piccolo al grande schermo… insomma padroneggia anzi spadroneggia tra tutte le forme di narrazione ed i loro stili viene da chiedersi ma cosa accomuna e cosa differenzia questi ambiti?
Proprio la narrazione. Io sono uno scrittore di romanzi. Quando questa mia attitudine può essere esportata in un altro campo senza snaturarsi o compromettersi troppo ecco che lo faccio. Altrimenti mi fermo lì. Ho sempre fatto la stessa cosa, anche in televisione: arrivo e racconto una storia, come farei in un libro.
si parla molto di storytelling ed alcuni scrittori come Christian Salmon si sono cimentati nel mostrare un quadro globale del suo impiego nella comunicazione: dall’azienda a quella politica. Sembra essere nata una vera e propria filosofia del narrare storie che va oltre le regole del marketing. Non è che forse qualcuno sta rovistando troppo nella vostra “cassetta degli attrezzi narrativi” pur di vincere in persuasione?
Credo si sia sempre fatto così. Ho sempre in mente che il miglior modo di far leggere un libro a qualcuno, o di farlo andare a vedere un film, sia quello di raccontarglielo. Fino ad un certo punto, naturalmente.
Ma lei che è un po’ un eroe dei due mondi della comunicazione – nel senso che passa dal mondo della carta e della penna a quello del piccolo schermo con una certa naturalezza – come vede il solito dibattito tra chi demonizza o loda la televisione?
Io credo che la televisione sia un mezzo e per questo possa essere giudicato solo per l’uso che se ne fa, in sostanza per quello che racconta e per come lo racconta. Come per la letteratura none esiste un giudizio a prescindere, c’è quella buona e quella cattiva. Rifiutarla in blocco significa perdere uno spazio molto importante per la narrazione e lasciarlo a disposizione di altro.
Nel genere noir si sta insinuando profondamente uno spiccato realismo e un tono quasi storico-giornalistico, non c’è un rischio di appiattimento sulla cronaca a discapito della qualità narrativa? E questo non è il segno di un confine indefinito oramai tra giornalismo investigativo e romanzo poliziesco?
No. Perché non accade sempre e ci sono molti romanzi che non sono così. Esistono alcuni scrittori che preferiscono una narrazione quasi documentaristica della realtà e altri che la trasformano e la interpretano. Finché esisterà questa varietà non ci sarà mai appiattimento.
A proposito di cronaca, storia e politica, molti autori suoi colleghi come De Cataldo, Carlotto, Sarrasso solo per citarne alcuni, pare cerchino attraverso le loro opere di lanciare un esplicito segno di impegno politico e di denuncia sociale. Anche lei in numerosi suoi lavori televisivi e non spesso affronta elementi spinosi non solo del passato. E’ forse un ritorno dell’intellettuale impegnato dopo anni di assenza?
Sì, e per fortuna. E finalmente, anche. Gli scrittori hanno una grande responsabilità nella mancanza di una memoria – che significa anche un immaginario – comune per il nostro paese. Siamo tornati da poco a mettere in scena i meccanismi della realtà attraverso la narrazione, sia di quella contemporanea che di quella storica.
ho notato leggendo alcuni suoi romanzi che lei ha delle spiccate doti narrative diciamo così un po’ romantiche che spesso travalicano i canoni del suo genere… penso ad esempio alla sua capacità di raccontare il vento delle scogliere de “L’isola dell’angelo caduto” o alla capacità di descrivere un mondo popolato solo di suoni in “Almost Blue” sono segni distintivi di un genere di poliziesco aulico o forse Lucarelli è inconsciamente tentato di scrivere qualcosa che non ha a che fare con delitti e misteri?
Ogni tanto qualcuno mi chiede se scriverò mai un romanzo d’amore. Io dico sempre di no, poi penso a quello che ho scritto e mi accorgo che di storie d’amore, dentro, anche di quelle che non finiscono male, ce ne sono tante. Il fatto è che non esiste una sola corda per uno scrittore, come none esiste una sola corda per un romanzo. Un noir, se è bello, non è mai soltanto un noir. Vale per tutti i romanzi, di tutti i generi.

intervista di
Mario Melillo
qualsiasi forma di riproduzione
deve essere autorizzata dall’autore

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