Twitter, gli hashtag (#) e la rinascita politica

Durante una manifestazione di piazza, una ragazza è stata fotografata con un cartello e la scritta recitava “who’s afraid of Twitter?!”, ovviamente la foto ha fatto il giro della rete e non solo. Ma la domanda è tutt’altro che scontata o priva di senso: Twitter è categorizzato come social network tout court, ma è qualcosa di diverso e forse più complesso. Twitter non si regge solo sulla creazione di relazioni, soprattutto per una ragione: il suo essere naturalmente “fluttuante”. Il rapporto tra followed e followers nasce come una connessione unidirezionale, un link, una arco orientato che non prevede alcun obbligo di reciprocità tra gli utenti connessi. In secondo luogo, non esistono spazi in cui vengono collocati definitivamente i contenuti (gruppi o pagine come su Facebook per intenderci) in modo da essere facilmente rintracciabili. L’unico elemento che consente di aggregare i contenuti è l’uso dello stesso hashtag, un semplice cancelletto davanti ad una parola e quest’ultima diventa rilevante e condiviso.

Qual è l’effetto di questo tipo di piattaforma on-line? Essenzialmente le conseguenze sono tre: 1) chi ha già visibilità può facilmente raccogliere followers senza dover necessariamente sforzarsi di “ricambiare” o autopromuoversi; 2) qualsiasi strategia efficace di autopromozione è efficace solo se virale ma per lo più deve partire dall’esterno di Twitter (per un esempio clicca qui); 3) in fine chiunque lanci un contenuto con un hashtag che riscuote successo, non può controllarne gli effetti né essere sicuro che ne resterà il principale artefice.

Quindi non solo gli hashtag sono liberi ma non controllabili, hanno una vita propria, pertanto gli hashtag (e la stessa piattaforma di Twitter) sono utili non tanto per tessere relazioni, quanto per promuovere notizie e informazioni in modo “bidirezionale” dal web alla realtà e viceversa. Non a caso sono sempre più usati dalle imprese per promuovere eventi e prodotti in modo virale.  Ma come abbiamo visto, questa multiforme struttura che ha riscosso successo durante le cosiddette “rivoluzioni colorate”, è diventata sempre più uno strumento che da voce alle proteste anche nelle società più democratiche.

È importante capire le ragioni di questa diffusione: in primo luogo la capacità di rilancio che Twitter offre, anche per quanto riguarda i link esterni alla piattaforma, e che girano grazie al retweet anche fuori dalla propria cerchia di connessioni. Il secondo elemento determinante è che, al di la dell’impiego a scopi di spin politico o di marketing delle imprese, Twitter sta agevolando la nascita di movimenti dal basso che con grande facilità possono veicolare i propri contenuti senza i filtri dei media tradizionali.

Il problema è che finché la politica continuerà a guardare a Twitter come ad una semplice vetrina e cassa di risonanza per se stessa, non entrerà mai in contatto con quei movimenti che oggi dominano le piazze. Soprattutto i giovani infatti, spinti da frustrazioni e preoccupazioni per il proprio futuro, rischiano di legarsi sempre più e dare forza a movimenti che vedono nella ribellione e nell’opposizione la loro unica forza. I cosiddetti Anonymous o gli Indignados, non sono movimenti terroristici o estremistici tout court, la loro forza nasce dalla gente comune; che retwettando o linkando i loro contenuti si sentono parte della protesta. Il problema è esattamente questo: le casse di risonanza come Twitter con i loro 140 caratteri e gli hashtag, consentono a forze minoritarie urlanti di trovare una cassa di risonanza e una massa che faccia eco alle proprie istanze. È importante che anche la politica italiana, a maggior ragione ora che la crisi è lampante, inizi ad usare questi strumenti per rilanciare visioni che siano positive e costruttive. Che i politici si relazionino con gli utenti in un gioco nello stile “moneta-buona-scaccia-moneta-cattiva”, solo così è possibile ridurre le tensioni e recuperare credibilità rispetto ai movimenti di piazza.

Mario Melillo

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