#Alitalia : guida all’impresa italiana for dummies

Alitalia è stata per quasi sessant’anni la compagnia aerea italiana “di stato” più che di bandiera (perché letteralmente di proprietà dello Stato italiano), e in quasi sei decenni non è campata un solo giorno senza soldi pubblici né ha quasi mai chiuso un bilancio che non fosse in perdita. Spesso è stata patria di abusi politici (destra e sinistra infilavano frotte di loro elettori tra i dipendenti come in quasi tutte le realtà economiche che la prima repubblica ha controllato), delle gestioni manageriali che guardavano all’Alitalia come un ente pubblico non tenuto al profitto come ogni impresa; e inefficienze di ogni tipo (ancora oggi all’Alitalia i responsabili dei software gestionali soffrono di esaurimento nervoso perché, nonostante si sappia con esattezza il numero di passeggeri su ogni volo in anticipo, continuano ad essere mandati ordini di fornitura pasti per il numero dei posti complessivo. Ordini di forniture per posti vuoti!).

Ciò nonostante, l’Alitalia pubblica garantiva alla nazione la presenza su scali internazionali, tratte transcontinentali, eccetera eccetera… ma col tempo ha perso competitività, e la pressione delle compagnie aeree private, europee e non, (oltre all’antitrust europeo) l’hanno messa all’angolo. Non si poteva più mantenere pubblica una compagnia aerea, che godeva tra l’altro di un monopolio di fatto sulle tratte aeree italiane; questo mentre in Europa le compagnie aeree si fondevano per creare gruppi più ampi e transnazionali, e le compagnie low cost sottraevano ampie fette di utenza.

Ma come sempre accade in questi casi in Italia, si è tergiversato finché la situazione non è diventata tragica; cioè quando l’Alitalia è diventata sempre meno competitiva (e dunque non appetibile per un acquirente estero). Oggi come all’epoca la compagnia non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, e con uno Stato che oltre ai vincoli europei aveva ed ha le casse vuote.

Il cambio di rotta era indispensabile, e solitaria si fece avanti Air France – KLM, che offrì per Alitalia poco più di tre miliardi di euro. Una cifra tutto sommato buona sulla carta per liberarsi di un tumore imprenditoriale come Alitalia, ma non lo era sul fronte strategico: poiché Air France avrebbe così acquistato in svendita un’azienda che, se rilanciata, sarebbe potuta tornare un gioiellino. A questo punto, anche se in netto ritardo, la cosa più saggia per il Governo sarebbe stata quella di negoziare in qualche modo il rilancio dell’azienda; a costo di offrirgliela in pronta casa, purché si garantisse la minima sopravvivenza italiana della compagnia.

Nel 2008 il “cambio di rotta” c’è stato… ma nella direzione sbagliata:

Il Governo Berlusconi decide di salvare la compagnia di bandiera, al grido (nei telegiornali e sui giornali) “Qui si fa l’Alitalia o si muore!”, e con altrettanto patriottismo si lancia nella creazione di una cordata di imprenditori poi ribattezzati “capitani coraggiosi” e “patrioti”. All’appello del Cavaliere risponderanno: Corrado Passera, Luciano Benetton, Antonio Marcegaglia, Antonio Angelucci, Marcellino Gavio, Marco Tronchetti Provera, Roberto Colaninno, Emilio Riva, Salvatore Ligresti e Salvatore Mancuso.

A questi imprenditori verrà venduta l’Alitalia per la cifra di 1 miliardo di euro (circa un terzo dell’offerta Airfrance), e prima dell’acquisto la società venne anche scorporata in due: da una parte la CAI (Compagnia Aerea Italiana) venduta alla suddetta cordata, e dall’altra una “bad company” con 3 miliardi di debiti controllata dal Ministero del Tesoro; il quale si è accollato anche i 7mila cassaintegrati (all’80% dello stipendio fino al 2015). In breve, un costo complessivo per la fiscalità italiana e per il contribuente di più di 4 miliardi di euro.

Dopo cinque anni da quella vendita, Alitalia (CAI) è nuovamente in difficoltà pur essendo ora in mani private e addirittura con un 25% posseduto da Air France – KLM. All’azienda occorrono 500milioni di euro per ripartire sul piano delle spese, e si stimano circa 2miliardi per il rilancio su scala globale.

Nei giorni scorsi il CdA dell’Alitalia ha approvato un piano di rilancio incentrato su una ricapitalizzazione di 500milioni di euro, ma l’effettivo versamento dei soldi dovrà avvenire tra 30giorni. Air France ha già fatto sapere che aspetterà fino all’ultimo alla finestra, anche perché l’idea di buttar soldi quando può (forse) decidere di ricomprarsi l’intera compagnia in svendita, non è un’idea che piace al suo management.  Air France – KLM, inoltre, non vuole ripianare il miliardo e più di debiti contratto dall’Alitalia, non punta all’espansione della società (che potrebbe divenire un concorrente se acquistasse nuovi aerei per rotte transcontinentali), e non è interessata alla partnership con la piccola compagnia aerea di Poste Italiane.

Gli unici fondi certi risultano quelli proposti dal Governo, un tampone da 75 milioni di euro, che arriverebbero da Poste Italiane (controllata dal Ministero dell’Economia) attraverso prestiti o conferimenti di capitale. Inoltre, si è anche in attesa di una risposta dalle banche svizzere (Credit Suisse), che potrebbero accettare o meno di investire in Alitalia, così come le banche italiane.

A metà novembre, quindi, i francesi potrebbero darsela a gambe e in qualche modo anche gli investitori italiani; visto che a Novembre scade anche la moratoria dell’Antitrust sugli “slot” (cioè i diritti di atterraggio e decollo dagli aeroporti) di Alitalia che oggi gode di una posizione di netto vantaggio competitivo/monopolio rispetto ad altre compagnie.

Resta da chiedersi: ora Letta & Co. salveranno Alitalia trovando una via per farla giungere ai due miliardi che le occorrono per provare a rilanciarsi? Oppure, lasceranno la compagnia al suo destino? Forse, dopo aver speso 4miliardi di euro per “accompagnare” Alitalia sul libero mercato, a questo punto possiamo anche arrivare a 6 e provare a rilanciarla; evitando che tra tanti sprechi si trovi la scusa per abbandonare con qualche rimpianto l’unico tentativo di salvare un asset strategico per l’Italia.

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