Su #Alitalia serve realpolitik: il motto dovrebbe essere “liberale si, ma fesso no!”

Da quando alcuni giorni fa il CdA dell’Alitalia ha votato un timido ‘si’ al “rifinanziamento” della cosiddetta compagnia di bandiera, sostenuto dalla proposta messa in campo dal Governo di un aiuto attraverso Poste Italiane (75 milioni di euro), si sono scatenate guerre ideologiche su due fronti. I liberali da una parte tuonano contro l’aiuto di Stato e ricordano all’Italia le regole del libero mercato oggi addirittura globale, dall’altra i “patrioti” di ogni sorta gridano alla morte dell’Italia dinanzi al fallimento dell’operazione di salvataggio. Nel frattempo, dall’estero, protestano sia le compagnie aeree (Air France – KLM, e British Airways in primis), sia la Commissione Europea; che ha già fatto sapere che valuterà l’ipotetico sostegno da parte di Poste Italiane ad Alitalia, per capire se si tratti o no di un aiuto di stato, il quale violerebbe gli accordi commerciali europei. Come sempre avviene in questi casi, la verità sta nel mezzo, e (quasi) nessuno vuol vederla.

La verità è che Alitalia è imprenditorialmente una minestra riscaldata, con un pessimo sapore oggi più di ieri; ma allo stesso tempo, se l’Italia si ritrovasse priva della governance su una propria compagnia aerea, sarebbe ancor più debole strategicamente sul fronte del mercato turistico e dei trasporti globali. Alitalia oggi ha un bilancio in perdita, fatica a pagare il carburante, necessita di 500milioni di euro per respirare e di 2miliardi per il suo rilancio. Ma cosa perderemmo nel lungo periodo se l’Alitalia divenisse assieme al nostro Paese un hub per il trasporto aereo del tutto secondario?

Ma il problema italiano è legato innanzitutto alla perdita (o forse all’assoluta mancanza), di una coscienza civile, valoriale e culturale che componga la sua identità nazionale; senza ciò manca il presupposto per una visione politica ed economica che rilanci il Paese. L’Italia non sa più chi è, e si è auto-convinta che basti una bandierina tricolore sull’impennaggio di un aereo per farne un campione internazionale. In realtà l’Alitalia (già molto tempo prima) sarebbe dovuta essere una priorità di qualsiasi Governo per la strategia economica dell’intera Nazione; ed accanto a ciò anche i sindacati avrebbero per una volta dovuto cooperare anziché fare semplice ostruzionismo. Ma questi sono segni di un Paese culturalmente e civilmente maturo, con valori forti e non banderuola delle ideologie di tendenza.

Anche Einaudi era un liberista, ma era anche un politico: e nel dopoguerra guardava con attenzione e pragmatismo al Piano Beveridge dei sussidi pubblici in Gran Bretagna; che secondo Einaudi rappresentavano un modo per rilanciare una nazione in difficoltà, e allo stesso tempo, garantivano equità sociale senza ammorbare le libertà o dar troppa forza allo statalismo. La realpolitik, dunque, con la quale bisognerebbe mitigare le ideologie, è il primo compito non solo della politica ma anche degli intellettuali. In Italia, invece, da anni le classi intellettuali e i politici spesso incolti, anziché partorire idee e visioni per il Paese si sono concentrati sulle mode “esterofile”. Così, insicuri di noi stessi, ci siamo tutti accontentati di copiare la retorica transatlantica o transalpina di turno.

Perché dico che si tratta solo di retorica? Perché le contraddizioni sono evidenti, facciamo alcuni esempi:

1)      Non ha forse Obama attuato manovre neokeynesiane con appoggi trasversali per negoziare una vendita della Chrysler alla FIAT che garantisse il rilancio dell’auto USA?

2)      Non ha forse, prima di lui, Bush varato piani di investimento pubblico per salvare le banche private americane?

3)      E ancora, non ha forse l’Eliseo ripianato i 2,5 miliardi di debiti dell’Airfrance che oggi si erge a campione europeo dell’impresa privata virtuosa e competitiva?

4)      Non ha il Governo Britannico nazionalizzato alcune delle più importanti banche inglesi per salvarle dalla bancarotta dovuta alla crisi finanziaria?

5)      E la Germania che è il cuore pulsante dell’Europa competitiva ma ecumenicamente unita, non ha forse avviato politiche nei suoi lander che incentivano le imprese italiane a spostar lì le proprie produzioni?

Noi invece, insistiamo nel credere alla retorica esterofila, così gli economisti ed intellettuali liberali (in realtà liberisti), con genuina convinzione si stracciano le vesti in un appello sul Foglio, affinché il Governo non sovvenzioni con altri soldi pubblici l’Alitalia; lasciandola sull’orlo del baratro al proprio tragico destino.

D’altra parte, risultano poco credibili quei “patrioti” che hanno svenduto la compagnia ad un gruppo di imprenditori che mai in precedenza avevano mostrato alcun interesse per quel tipo di impresa. Spesso alla guida di compagnie che si reggono grazie il legami con la politica stessa, quindi di patriottico non c’è proprio nulla in questa operazione.

La verità è che, come sempre, l’assenza di valori e di identità forte di cui parlavo prima, si manifesta oggi in una elite politico-culturale che non ha saputo creare una visione utile all’interesse del Paese. Oggi l’Alitalia è ancora più debole di prima, si è rimpicciolita nel tentativo di far fronte alle perdite, divenendo ancora meno competitiva e soprattutto priva di quelle rotte intercontinentali che sono la vera forza di una compagnia di scala internazionale.

Io invece, pur essendo fieramente convinto della supremazia etica, economica e politica del pensiero liberale, ma allo stesso tempo credo che con umiltà a volte si debbano moderare le proprie convinzioni teoriche a favore del pragmatismo e del realismo politico.

Per questo credo che, se pure ad un costo assai alto ora, il Governo dovrebbe farsi ampiamente garante di un negoziato con Air France – KLM (che già possiede il 25% di Alitalia) o con altre compagnie che guardano con interesse alla nostra compagnia di bandiera (per esempio British Airways). Farlo però con l’intento se necessario di “svenderla” Alitalia (sul fronte del suo valore di mercato), ma stabilendo però dei vincoli che costringano Air France, o chiunque altro si faccia avanti, a rilanciare la compagnia anziché sopprimerla.

Perché, come ha ricordato in un suo efficace intervento l’economista Giulio Sapelli, in sintesi occorre “difendere gli asset strategici per un Paese”, se non lo si vuole far diventare schiavo di forze “esogene”. Perché l’intento ormai chiaro di Air France è di rimpicciolire sempre più Alitalia e farne una compagnia ed una piazza di secondo piano per il mercato aereo. L’Italia dovrebbe invece puntare a mantenere il suo ruolo strategico di hub sul mediterraneo verso l’Europa, oltre che dotarsi di una compagnia di bandiera efficiente che agevoli la crescita del mercato turistico nazionale. Serve un “Letta-Obama”, che al di la della retorica liberista, e dei moralismi ecumenici che parlano di un’Europa dove tutti si amano; punti con realpolitik al salvataggio di un asset strategico per la Nazione. Un impegno reale del Governo, prima che delle casse dello Stato, per portare a casa seri risultati dal tavolo dei negoziati.

Diciamocela tutta, in una Europa e in un mercato globale dove la politica gioca con la retorica del “volemose bene universale”, la guerra delle cancellerie si è spostata dai generali e dalle truppe che marciano al passo dell’oca al fronte della competizione economica e finanziaria. Parafrasando un vecchio adagio di Clemenceau “la guerra è troppo importante per lasciarla fare ai capitani d’industria”. Per questo io dico, in questo caso, liberale si ma fesso no!

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