Il Consiglio Europeo salva (soprattutto) il digitale ed i migranti, ma quanto durerà?

Durante il suo discorso al II Italian Digital Agenda Annual Forum di Confindustria Digitale, Enrico Letta è stato molto chiaro: “ho parlato con il Commissario Kroes e Van Rompuy e ho sottolineato l’importanza che da questo Consiglio Europeo emerga una risposta chiara sui temi del digitale. Perché se si dovesse trattare solo di una serie di enunciazioni, e dovessero vincere gli interessi costituiti, allora sarà la morte dell’Agenda Digitale europea”. Con questa energia Letta ha affrontato la questione del digitale in Europa, e i risultati non sembrano essere mancati.

È pur vero che l’agenda del Consiglio Europeo si è mossa sull’onda dell’emergenza; se non fosse stato spinto dall’incalzare dei fatti, forse non sarebbe andato così… certo è che lo scandalo sulle intercettazioni made in Usa ha pesato molto sul tono delle scelte relative alla questione del digitale e dell’ICT in Europa. Così come hanno pesato le morti dei migranti nel Mediterraneo, sulla scelta dell’Unione Europea di affrontare finalmente il problema dell’immigrazione come un tema politico comune. L’Olanda sarebbe già pronta a fornire aerei per il pattugliamento e i soccorsi lungo le coste mediterranee.

Insomma, scelte fatte sull’onda dell’emergenza, sicuramente condivise e elaborate da tempo; ma soltanto ora hanno ricevuto lo sprint finale; indispensabile per avviare politiche e strategie efficaci. Resta un problema aperto perché il Consiglio Europeo è un organo che si riunisce periodicamente e con un proprio Presidente, ma la sua natura giuridica resta ambigua e di solo indirizzo politico; quindi bisognerà vedere come le misure assunte verranno poi declinate dalla burocrazia e dalle rappresentanze politiche di Bruxelles.

Sul digitale però le note positive non sono mancate: l’obiettivo è quello del mercato digitale unico entro il 2015. Oggi, infatti, un’azienda che opera sul digitale dovrebbe avere a che fare con 28 differenti legislazioni in materia, tante quanti sono gli stati dell’UE.

Il punto di partenza del dibattito è stato il rapporto“Innovating in the digital era: putting Europe back on track”, presentato giovedì scorso, come linea guida per il rilancio dell’Agenda digitale europea. E come ha detto Barroso «Ad essere franchi l’Europa ha perso terreno rispetto ai competitor globali perché non ha saputo sfruttare le risorse dell’economia digitale». Infatti, la spesa in tecnologie informatiche e di comunicazione (ICT) nell’UE crescerà del 10% tra il 2010 ed il 2016, contro il 15% del Nord America ed il 35% dell’Asia e del Pacifico. E l’UE avrà solo il 15% delle nuove connessioni 4G, sul totale mondiale. E come si è detto, alla base di questo gap c’è proprio la frammentazione legislativa tra Paesi membri. Accanto a questo, l’UE vuole rilanciare le pratiche di e-government, la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, e delle gare d’appalto (e-procurement); obiettivi da raggiungere entro il 2016.

Non semplicemente obiettivi politici, ma anche economici, visto che il risparmio stimato dalla Commissione europea equivale a 100 miliardi di euro. A questo va poi aggiunto il ruolo strategico ed il valore aggiunto che deriverebbe dal ruolo svolto in questi processi dall’uso degli Open Data.

Inoltre, il futuro europeo volto al digitale, rappresenta un progetto decisivo per il mercato del lavoro: basti pensare che ci sono circa 900mila posti di lavoro in Europa ad alta specializzazione nel settore ICT, che andranno coperti entro il 2015. Oltre ai già 700mila posti di lavoro nuovi, nati negli ultimi 3 anni in Europa, dalla nascita di imprese specializzate in App.

Come ha ricordato in un recente commento il Direttore di RivistaEuropae, Antonio Scarazzini: “Nel quadro di una nuova strategia di investimenti nell’ICT, i leaders europei hanno sollecitato l’urgente adozione del pacchetto dedicato alle telecomunicazioni, presentato a settembre dal Commissario per l’agenda digitale Neelie Kroes, che dovrà potenziare connessioni 4G/LTE e banda larga. Dimenticano però gli stessi leaders di aver destinato, nel bilancio 2014 – 2020, un solo miliardo alle infrastrutture per le telecomunicazioni nell’ambito del Connecting Europe Facility, in un settore che potrebbe richiederne 200 nei prossimi 5 – 10 anni per stare al passo dei concorrenti asiatici. L’Europa che ragiona in termini di Big Data punta comunque sulle nuove frontiere, a partire dalla “nuvola informatica” (cloud computing), l’archiviazione ed elaborazione di dati sulla rete. Investire sul cloud, sulla portabilità dei dati e sull’interazione tra piattaforme (in particolari quelle mobili) può contribuire, secondo uno studio AT&T – Ineas, al raddoppio della competitività. Sulla base di un report IDC, la Commissione ricorda come il cloud possa abbattere dal 10% al 20% dei costi per le aziende e per favorirne la diffusione dal 2012 è all’opera una strategia UE, che il Consiglio vuole rilanciare, per generare 160 miliardi di crescita del PIL e 2,5 milioni di posti di lavoro entro il 2020”.

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