Storia e fatti dell’economia italiana per guardarci in faccia!

Da troppo tempo l’Italia soffre di due grandi lacune: l’analisi della storia e dei fatti. Perché guardare a queste cose vuol dire guardarsi in faccia e passarsi una mano sulla coscienza, e non sempre l’immagine riflessa dai fatti è lusinghiera. Succede così che, un’immagine troppo imbarazzante di noi stessi, che non coincide con l’idea che noi italiani ed i politici vogliono dare di se, sparisca dal mainstream della cultura di massa.

L’economia, di questi tempi, è la cicatrice più dolente e brutta sul volto dell’Italia; e tutti si danno da fare per giustificarne le origini e se possibile mascherarla. Ma non capire con onestà intellettuale cosa si sottende a questa cicatrice, significa non avere la giusta prospettiva di manovra per cambiare le cose.

Mi permetto quindi di suggerire, per salvare il cosiddetto “italiano medio” dal non sense televisivo e teleguidato, la visione di un bellissimo e semplicissimo documentario dell’economista e storico dell’economia Gianni Toniolo; dal titolo “Struttura dell’economia italiana”, e reperibile anche online. E come stanno, dunque, le cose secondo l’analisi di Toniolo? È semplice: l’Italia è cresciuta dall’unità ad oggi ininterrottamente, per quasi tutto un secolo (1861 – 2011), ma gradualmente si è rattrappita e affossata da sola.

ERAVAMO PARTITI BENE Nel suo secolo di benessere l’Italia migliora drasticamente la propria condizione, come dimostrano i dati: l’analfabetismo è passato dall’80% del 1861 (con 5 milioni di italiani con l’istruzione elementare su 22 milioni d’individui), a meno del 3% nel 2011 (su una popolazione di più di 60 milioni di abitanti). I consumi alimentari passano da una fetta di reddito del 66% ad essere una voce di spesa del solo 11% rispetto ad altri consumi di beni. In fine, la mortalità infantile passa dal 33% del 1861, all’attuale tasso inferiore al 2% (addirittura più basso di quello degli Stati Uniti).

COSA E’ ACCADUTO L’Italia si è economicamente rattrappita perché, da un lato, gli italiani hanno preteso la garanzia del benessere dalle classi dirigenti, senza chiedersi “come” ciò gli fosse offerto e garantito; dall’altro l’èlite politica ha perso capacità rigenerativa e di visione, lasciando che i problemi ai quali non sapevano dare risposta cadessero nell’oblio nascondendo la propria mediocrità. Questo ha dato vita a problemi strutturali e fisiologici per la nostra economia, che perdurano ancora oggi, e che sottolinea Toniolo sono stati nascosti “oliandoli”. Ovvero, ogni volta che la gente chiedeva, la politica rispondeva con prebende e servizi allargando la spesa pubblica.

LA PROMESSA DI BENESSERE INCONDIZIONATO Durante la trasformazione e crescita della nostra giovane nazione, si sono accumulati problemi strutturali e scelte errate che non potevano garantire quell’idea che “tutti avrebbero avuto il figlio Dottore”; cioè che per sempre il Paese avrebbe garantito ai figli una vita migliore dei padri. Il fenomeno è esploso negli anni ’70 del Novecento, quando le congiunture economiche sfavorevoli hanno inasprito lo scontro sociale tra classi lavoratrici, famiglie, e politica. Così, non avendo risposte (o risposte che non piacevano), la fragile èlite politica italiana ha “oliato” i conflitti sociali con la spesa pubblica da un lato, e l’inflazione dall’altra.

La stagflazione degli anni ‘70 (stagnazione economica e inflazione assieme) dovuta al triplicarsi del costo del greggio, stappò i malesseri sociali italiani. E per pacificare gli animi il welfare fu ampliato a dismisura, gli incentivi fiscali ecc… Ma in quegli stessi anni invece, ci fu un’importante ma ridotta conversione industriale che non venne però capita; così la modernizzazione del Paese subì un altro stop, mentre alcuni piccoli tentativi di trasformare l’Italia in un Paese normale sul piano economico ci furono: Infatti, negli stessi anni tra ’70 e ’80, l’Italia non scaricava più i costi della spesa pubblica sul cambio estero e arrivò poi la riforma Andreatta. Una riforma che rompeva l’obbligo della Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico nazionale che non venivano acquistati sul mercato, e di compensare gli acquisti con l’emissione di moneta; di conseguenza, in una congiuntura economica critica esplosero gli interessi sul debito pubblico (allora pari al 40% del PiL).

A questo punto si sarebbe dovuto proseguire sulla riconversione industriale, smetterla di appoggiare le varie lobby sociali con incentivi pubblici, eccetera; invece, con il secondo governo Craxi l’Italia visse una crescita drogata: a livello di politica di bilancio pubblico, infatti, invece che ridurre la spesa pubblica fu espanso lo stato sociale (cioè il sistema delle misure di welfare) e in un decennio tra gli anni ’80 e ’90 il debito è passato dal 40-45% del PiL al 100% del PiL. E l’inflazione dovuta alla cosiddetta “scala mobile” (aumento dei salari proporzionato alla crescita dell’inflazione), non fece che peggiorare la situazione.

LA CRISI E’ SOLO ITALIANA (ED E’ DI VISIONE) Nel ventennio tra il 92 ed oggi si è sempre ripetuto “siamo in crisi”, e con l’arrivo della crisi del 2007-2008, si è detto che essa ha semplicemente espanso quanto già in atto da tempo nel mondo. In realtà, fino ai primi anni del XXI secolo, la crisi c’è stata solo in l’Italia, perché i cosiddetti paesi emergenti crescevano più dell’Occidente già tra l’89 e il 92. Sono state le grandi trasformazioni non capite e non cavalcate dall’Italia a metterla in crisi: la politica e la società italiana non ha saputo capire le trasformazioni mondiali manifestatesi esplicitamente: come il crollo dell’Urss, l’espansione della Cina e dell’India, l’esplosione dell’era digitale, la nascita l’Euro e del suo mercato unico, la realizzazione dell’unione commerciale tra Usa, Canada e Messico. E noi siamo rimasti fermi, privi di una visione politica, sociale ed economica.

LE NOSTRE COLPE CRONICHE La nostra colpa più grande è stata la perdita cronica delle nostre fondamentali linee di crescita. Infatti, per un secolo siamo cresciuti più degli altri, e ora? Perché ci siamo bloccati?, perché come dicevo prima il mondo è cambiato e noi non ci siamo voluti adattare….

Abbiamo fatto rattrappire la grande impresa privata, e all’IRI è toccato di essere saccheggiata. Si sono perse così le grandi fonti di ricerca e sviluppo, senza le quali le PMI non riescono a reggersi. Senza le esternalità positive in termini di ricerca e sviluppo delle grandi imprese (più l’indotto che in generale generano), le piccole e medie imprese sono destinate a impoverirsi, perdere in competitività fino a morire. A tutto ciò si aggiunge che il debito pubblico è esploso a più del 120% rispetto al PiL, affiancato ad una burocrazia elefantiaca e inefficiente, divenendo insostenibile per la nostra asfittica economia.

Vanno poi considerate le cronicità storiche e socio-culturali: per esempio la classe dirigente italiana ha trascurato la formazione dei “capitali umani” e l’istruzione. Una colpa grave che scontiamo oggi, nella società della conoscenza, dove il grado di istruzione elevata in una vasta fetta della popolazione è indispensabile. Noi invece ci siamo fermati al modello economico della produzione fordista anni 50-70, dove bastava una classe lavoratrice disciplinata, con una istruzione di base discreta; ed un piccolo manipolo di ingegneri, tecnici ed esperti, che importavano tecnologie straniere adattandolo alla produzione italiana.

CHE FARE? Di fronte a questo scenario, brutto e tragico, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità: oggi l’Italia con la crisi finanziaria globale è tornata ad un livello di ricchezza pari a quello degli inizi del 2000, dobbiamo allora cambiare la nostra mentalità e pretendere (innanzitutto da noi stessi!) dalla politica una nuova tensione riformista; fatta da èlite capaci, per rilanciare l’economia italiana con nuove forme di impresa e sviluppo al passo con i tempi, e con il resto del mondo.

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